Acqua

L’acqua è un bene prezioso, ma non tutti possono averla…

L’ acqua è uno dei bisogni primari in Madagascar, lo si capisce subito, girando per le strade delle città ed ancor di più andando nelle campagne dove solo il 30% della popolazione ha accesso ai servizi igienico-sanitari e all’acqua potabile (dati O.M.S. 2010). Nell’immaginario turistico questo Paese è un esplosione di verde, biodiversità, palme e mare cristallino; la realtà è un’altra, escluso i pochi Parchi Nazionali ed una limitata striscia costiera, il Madagascar brucia, è stato completamente deforestato, il clima è cambiato e la terra si è impoverita.

Di acqua ce n’è sempre meno, le piogge sono intense, violente e concentrate in un periodo limitato, l’ acqua che cade dal cielo scorre veloce sulla terra rossa ed arida, portando via tutto, si creano spesso canali di fango e sono frequenti le frane; sulla costa dove si abbattono violenti cicloni si assiste spesso a inondazioni di interi villaggi e città.

Un altro problema è la mancanza di informazione sull’utilizzo corretto dell’acqua, in molti casi soltanto facendola bollire si potrebbero ridurre drasticamente i rischi di contrarre malattie come diarree e dissenteria, fra le cause principali delle morti infantili.

Il primo intervento di Mangwana in Madagascar è stato la realizzazione di una rete idrica nel Comune di Anosiala, circa 20 km dalla capitale Antananarivo; una pompa elettrica alimentata da pannelli fotovoltaici, con una cisterna da 1.500 litri per l’accumulo e circa 800 metri di tubature interrate che raggiungono due fontane costruite su terreni pubblici, il progetto garantiva acqua a circa 1.200 persone.

L’approccio e la metodologia utilizzata, in teoria potevano essere validi; conoscenza iniziale della realtà, indagine con interviste nei villaggi, coinvolgimento della comunità nelle scelte dei luoghi, dell’azienda locale responsabile dei lavori, riunioni comunitarie, elezione e costituzione di un comitato dell’acqua ufficialmente riconosciuto dal governo, partecipazione attiva dei volontari di Mangwana in tutte le fasi del progetto, compresa la manodopera, ricordiamo ancora le piaghe sulle nostre mani durante gli scavi con l’angady  (vanga).

La realtà si è dimostrata diversa, buona parte della popolazione avrebbe preferito risanare sorgenti esistenti o fare dei pozzi con l’installazione di pompe manuali per un totale di sette punti di rifornimento di acqua potabile, il problema era che alcuni avevano interessi personali, altri invece volevano soltanto una fontana non troppo lontana da casa perché troppo vecchi per trasportare i secchi pieni per centinaia di metri. Decidemmo di fare delle riunioni per scegliere la soluzione migliore, non conoscevamo la lingua e solo in seguito abbiamo capito che c’erano dei poteri forti di alcune famiglie rispetto ad altre, credevamo che costruire una rete idrica pubblica, gestita da un comitato locale eletto dalla popolazione stessa avrebbe eliminato le disparità, ed il rischio di appropriazioni delle fontane per rivendicazioni sulla proprietà del terreno sulle quali sarebbero state installate.

Dopo un anno e mezzo in cui solo una parte delle popolazione ha usufruito dell’acqua pubblica, i pannelli fotovoltaici sono stati rubati, il comitato dell’acqua non ha mai voluto realizzare una griglia di protezione e a quanto pare nessuno ha voluto prendersi l’incarico di guardiano notturno.

Era il 2008 e questa esperienza che abbiamo solo riassunto è stata la lezione migliore che potevamo avere, da allora tutto è cambiato, resta questa macchia in dieci anni di cooperazione senza la quale però crediamo che difficilmente saremo riusciti a realizzare tutto ciò che di buono abbiamo fatto negli anni successivi.

Fino al 2015 Massimiliano, il responsabile di Mangwana ha provato invano a chiedere la restituzione della pompa elettrica, della cisterna e delle tubazioni in cambio della realizzazione delle sette fontane inizialmente preferita da una parte degli abitanti dei villaggi di Ankazo e Andramena (“Fokontany” circoscrizione Andrakaza), la risposta è sempre stata : “aspettiamo che arrivi l’energia elettrica o che Mangwana o altri ci portino dei nuovi pannelli fotovoltaici”.

Tradotto significa che non vogliono rinunciare al possesso di quella ricchezza portata dai Vazaha “stranieri”, in cambio di qualcosa di più semplice e “povero” ma che garantirebbe acqua potabile a tutti.

Negli anni successivi gli interventi per l’adduzione di acqua potabile sono stati numerosi, tutti rispondenti ai bisogni delle comunità locali, i costi sono stati irrisori rispetto al numero di beneficiari, sono state realizzate fontane con pompe manuali facilmente utilizzabili e riparabili in caso di guasti, in altri casi si è preferito risanare sorgenti esistenti sul territorio, attualmente tutte le fontane sono regolarmente funzionanti e garantiscono acqua potabile a 8 villaggi, per un totale di circa 2.000 beneficiari.

Durante la collaborazione con Vanona, Mangwana ha sostenuto le campagne di sensibilizzazione ed informazione per l’utilizzo corretto dell’acqua a fini igienici e per la prevenzione delle malattie.

Sono stati realizzati terrazzamenti per migliorare l’agricoltura e bacini idrici per l’itticoltura nei villaggi di Manamisoa e Masomanga.

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