Il petrolio non si mangia

Mi ha sempre interessato vedere quanto peso hanno le coincidenze nella storia del mondo. Tanto per fare un esempio: alla metà del settecento, la Gran Bretagna possedeva la più grande industria navale del mondo. Ma mentre i suoi cantieri varavano ogni anno migliaia di velieri, alcuni inventori inglesi creavano la macchina a vapore, capace di produrre energia sicura in grandi quantità. Com’è noto, l’installazione delle caldaie a vapore sulle navi provocò la sostituzione dei velieri con i piroscafi. E dove si trovava il carbone migliore per produrre calore? Nelle miniere del Galles del sud. I cantieri navali, l’energia del vapore e il carbone hanno fatto andare avanti l’impero britannico per un secolo e mezzo. Una coincidenza davvero fortunata. Oggi stiamo forse assistendo a un’altra coincidenza globale.

Prima di descriverla, dirò che si tratta di tendenze geopolitiche parallele da cui però nessun singolo paese trae vantaggio al cento per cento. Mi riferisco alle tendenze legate all’interconnessione sempre più stretta che, nel ventunesimo secolo, legherà la produzione di petrolio (o di altre fonti di energia) alla produzione di alimenti. La prima tendenza è quella al rialzo del prezzo del petrolio. Oggi è molto più alto di dieci o vent’anni fa e continuerà a crescere. I motivi sono risaputi: la forte impennata della domanda di energia proveniente dalle grandi economie asiatiche, in particolare Cina e India, si somma al fatto che i paesi più ricchi (Stati Uniti, Giappone, Europa) non riescono a ridurre i consumi. Con il prezzo del petrolio così alto, è naturale che si pensi a fonti alternative. Tra queste, le preferenze vanno oggi all’etanolo, che si estrae o dalla canna da zucchero (soprattutto in Brasile) o dal mais (soprattutto negli Stati Uniti). Nel Midwest americano aumentano i terreni coltivabili convertiti alla produzione di mais, ma questo determina un calo di produzione per altre colture come la soia. Ma anche la domanda mondiale di soia sta aumentando, soprattutto a causa dell’aumento dei consumi in Asia. In Cina decine di milioni di maiali divorano ogni anno enormi quantità di farina di soia. Così anche il prezzo della soia cresce. La popolazione mondiale è in continuo aumento e negli ultimi anni più di due miliardi di persone hanno visto aumentare i loro redditi reali. Tutto questo si tradurrà inevitabilmente in una crescente domanda mondiale di proteine, cioè di carne bovina e suina, di pollo e di pesce, e quindi delle granaglie necessarie per gli allevamenti. Ma cosa comportano queste tendenze per la geopolitica delle grandi potenze, in particolare degli Stati Uniti e della Cina? Per la Repubblica popolare cinese, le implicazioni sono molto serie. Se i suoi leader vorranno soddisfare le aspirazioni di un miliardo e 400 milioni di consumatori, dovranno trovare più petrolio, più gas, più alimenti, ma anche più legname, ferro, acciaio, zinco e rame. E così facendo manterranno alti i prezzi mondiali delle materie prime. Sarà interessante vedere in che modo la dipendenza sempre più forte dalle importazioni influirà sulla politica estera cinese. Il paese asiatico diventerà sempre più disponibile a condividere la stabilità internazionale, o sarà un protagonista prepotente e aggressivo, che tenterà di scaricare sugli altri paesi il costo delle sue scelte? E gli Stati Uniti? Per gli americani, il fatto che il prezzo del petrolio sia così alto è negativo dal punto di vista strategico ed economico. Danneggia la bilancia dei pagamenti, mette il dollaro sotto stress e rende il paese vulnerabile. D’altro canto gli alti prezzi dei generi alimentari e dei prodotti agricoli danno una forza reale e duratura agli Stati Uniti. Durante quella che io chiamo l’era low-food, cioè gli ultimi decenni, negli Stati Uniti è stato abbandonato un numero enorme di ettari di terre coltivabili. Buona parte di queste terre si possono riconvertire alla coltivazione di mais, frumento, soia e perfino ai costosi allevamenti di bovini e suini. Nel nostro mondo pazzo, confuso e in continuo cambiamento, dunque, gli Stati Uniti possono essere danneggiati dalla loro sempre maggiore dipendenza energetica, ma al tempo stesso avvantaggiati, nella concorrenza internazionale, dalla loro condizione naturale di granaio del mondo. Ormai tutti sanno quello che c’era da sapere sul nesso tra produzione alimentare e petrolio, il famoso oil for food come nello scandalo che qualche anno fa ha appannato la reputazione delle Nazioni Unite. Ma il rapporto tra queste due materie prime, entrambe così vitali, comprende un aspetto più interessante, molto più vasto e anche di più lungo periodo. Naturalmente, non è che la maggior parte del genere umano si trovi a dover scegliere tra pane e petrolio. Ma questa scelta riguarda probabilmente centinaia di milioni di poveri, sparsi in tutto il mondo. Cosa se ne deduce allora? Che nei prossimi decenni si assisterà a una crescita costante dei prezzi di alcune materie prime di base, come i cereali, l’acqua potabile e il petrolio. Chi le possiede se la passerà bene, mentre per chi ne ha bisogno il futuro sarà difficile. Quei paesi che, come gli Stati Uniti, hanno dei punti di forza e anche delle debolezze, devono aspettarsi tempi interessanti.

[Paul Kennedy, Professore di storia alla Yale University]

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