C’è un metodo ecologico per riscaldare una fattoria?

A Berdetschlag, un villaggio della foresta boema austriaca incuneato tra la baviera e la Repubblica Ceca, tre piccoli allevatori hanno riunito le loro 150 vacche in una nuova stalla e hanno cominciato a riscaldarla usando il calore del latte. Appena munto, il latte va rapidamente raffreddato per impedire che si deteriori. Il processo richiede l’uso di impianti elettrici di raffreddamento che ne disperdono il calore, generalmente nell’ambiente esterno. Ma perchè sprecare quel calore? Nella stalla di Berdetschlag, il latte appena munto (che è a una temperatura di 35°) passa in uno scambiatore di calore, scalda a 55° 600 litri d’acqua, raccolta poi in un serbatoio della capacità di 3.000 litri. L’acqua calda serve a riscaldare una struttura di circa cento metri quadrati dove si trovano la postazione di mungitura e l’ufficio degli allevatori.

Africa, in fila per la democrazia

Le elezioni in Niger sono state solo l’ultima farsa. Tra colpi di Stato e guerre civili, consultazioni truccate e referendum ipocriti anche quest’anno è andata in scena la good governance del continente.
Senza alcuna motivazione da parte della giuria, quest’anno il Prix Mo Ibrahim non è stato assegnato. Destinato agli ex presidenti africani «che abbiano lasciato volontariamente il potere e che abbiano dato prova di buon governo», il premio di 5 milioni di dollari (più 200mila l’anno vita natural durante) voluto dall’omonimo imprenditore britannico di origine sudanese non ha trovato un candidato veramente meritevole. La giuria non è riuscita a indicare un nome che, fra i designati – tra cui il sudafricano Thabo Mbeki e il ganese John Kufour – potesse evidentemente soddisfare i requisiti richiesti. «Abbiamo preso in considerazione alcune persone. Ma dopo uno studio approfondito, il comitato non ha potuto scegliere un vincitore», dice il comunicato della giuria. E così il 20 ottobre, data prevista per la consegna del riconoscimento, i soldi del premio sono rimasti nelle casse della Fondazione del magnate londinese.LEGGI

Consumare meno permette di vivere meglio?

Si, sostiene il Center for a new american dream (Centro per un nuovo sogno americano: newdream.org). More fun, less stuff! (più divertimento, meno oggetti!) è il motto dell’organizzazione che esorta i cittadini statunitensi ad assicurarsi una quantità maggiore delle cose che contano davvero: più tempo, più natura, più giustizia, più divertimento. Tra i sostenitori del centro ci sono il premio Nobel per la pace Al Gore, l’attrice Meryl Streep e Robert Reich, ex responsabile del dipartimento del lavoro statunitense. Il nome dell’organizzazione è ambiziosa: il Cnad aspira a modificare il mito del “sogno americano”, secondo cui la prosperità di ogni cittadino statunitense dipende solo dal suo talento e dal duro lavoro, non da una rigida struttura di classe. La missione del centro è “aiutare gli americani a consumare in modo responsabile per proteggere l’ambiente, migliorare la qualità di vita e promuovere la giustizia sociale”.

E’ possibile organizzarsi per rendere meno dannoso il proprio sistema di vita e di consumo?

Al progetto Cambieresti? (consumi, ambiente, stili di vita) del comune di Venezia hanno aderito nel 2005 mille famiglie. Grazie anche all’esperienza dei bilanci di giustizia (bilancidigiustizia.it) le famiglie hanno analizzato, e in parte cambiato, le loro scelte quotidiane. Una volta al mese un membro di ogni famiglia ha partecipato alle riunioni di uno dei cinquanta gruppi sparsi per la città e animati da nove facilitatori. Una guida dettagliata descrive undici ambiti in cui le famiglie hanno modificato le loro abitudini. Il progetto, seguito sottoponendo alle famiglie alcuni questionari, è descritto nell’opuscolo e nel DVD Cambieresti? (Terre di mezzo 2006). Una decina di altre città, tra cui Biella, Piacenza, Firenze, Verona e Torino, hanno avviato o stanno vagliando progetti simili. cambieresti@comune.venezia.it

E’ bene stimolare artificialmente gli oceani ad assorbire più CO2?

L’azienda californiana Planktos (planktos.com) lancerà un programma di “ecorisanamento oceanico”, seminando 80 tonnellate di polvere di ferro su diecimila chilometri quadrati di oceano Pacifico, a ovest delle Galapagos. “Proprio come fa madre natura” secondo Planktos, la semina di polvere di ferro “stimolerà una grossa produzione di plancton che assorbirà molta anidride carbonica (CO2), nutrirà banchi di pesce in declino, frenerà l’acidità degli oceani. Inoltre produrrà crediti di carbonio” vendibili sui mercati di scambio delle emissioni di CO2 previsti dal protocollo di Kyoto. Definita dal suo sito web “leader mondiale di ecorisanamento”, e da altri “pirata del clima”, Planktos ha suscitato molte reazioni negative. Secondo i critici, gran parte della CO2 eventualmente assorbita tornerebbe nell’atmosfera in pochi mesi e nessuno può valutare quanto ne resterebbe intrappolata nell’oceano.

Bisogna vietare i funghi riscaldanti?

Sui marciapiedi di Berlino sono già cinquemila. A Stoccarda invece sono stati vietati “per motivi estetici”. Sono i funghi riscaldanti, sorta di abatjour termici da marciapiede che permettono a bar e ristoranti di far accomodare i clienti all’aperto anche d’inverno. Basta che un locale ne installi uno e poco dopo gli altri lo imitano. I funghi riscaldanti bruciano propano, emettendo 3,5 chili di anidride carbonica (CO2) l’ora, l’equivalente di un tragitto di 25 chilometri in autostrada percorso con un’automobile di piccola cilindrata. Secondo alcuni calcoli, quelli di Berlino emettono 20mila tonnellate di CO2 l’anno. Proprio quando si cerca di abbattere i consumi di carburanti fossili diminuendo le perdite di calore dagli edifici, è curioso vedere questi funghi che riscaldano l’aria aperta. In diverse città aumentano le pressioni per vietarli. A Berlino un ristoratore pentito li ha smontati, sostituendoli con delle coperte.

Si possono compensare le proprie emissioni di CO2?

Molte organizzazioni vendono a persone, aziende e istituzioni certificati di compensazione delle loro emissioni di CO2 (www.climatecare.org, www.climateneutralgroup.com). In questo modo è possibile compensare singole attività, per esempio viaggi, riscaldamento, elettricità, oppure tutte le emissioni di un anno. L’organizzazione calcola le emissioni, consegna un certificato e riceve una somma corrispondente che serve a finanziare nuovi impianti funzionanti con energie rinnovabili o più efficienti dal punto di vista energetico. O a piantare alberi. Le organizzazioni più serie escludono quest’ultima soluzione o la praticano in misura minima. Si tratta infatti di una misura temporanea, perchè dopo alcuni decenni gran parte della CO2 fissata dagli alberi torna nell’atmosfera. Inoltre, piantare alberi può rivelarsi inefficace o anche controproducente.

Si possono calcolare in denaro tutti i danni ambientali?

Secondo il viceministro cinese per la protezione ambientale, i danni ambientali in Cina ammontavano nel 2004 al 10-13 per cento del prodotto interno lordo, cioè a più del tasso di crescita annua del PIL nazionale. Visti questi dati, il governo ha bloccato la pubblicazione dei dati sul 2005 e ha congelato il programma per un cosiddetto PIL VERDE, in corso da tre anni in dieci province. Il direttore dell’ufficio statistico nazionale sostiene che è tecnicamente impossibile calcolare un PIL VERDE scientificamente fondato e che nessun paese lo ha ancora formulato. Il problema non è tecnico, ma filosofico e politico. La perdita di beni pubblici, tra cui quelli ambientali, riguarda il patrimonio che nella contabilità nazionale non ha valore monetario. Per questo, un eventuale PIL VERDE dovrebbe assegnare valori monetari fittizi e arbitrari ai beni ambientali.

La rivoluzione non è morta – Blandine Sankara

Il 5 agosto 2010 il Burkina Faso ha festeggiato il cinquantenario dell’indipendenza dalla Francia. Truppe africane hanno sfilato il 14 luglio 2010 a Parigi per la prima volta dalla fine della colonizzazione: Blaise Compaoré, il presidente del Burkina dal 1987, era seduto sul palco assieme a Nicolas Sarkozy. Non c’era – e non avrebbe accettato di esserci – il vero padre della rivoluzione burkinabé, Thomas Sankara, assassinato nel colpo di Stato del 15 ottobre 1987, probabilmente con la complicità dello stesso Compoaré, suo ex compagno d’arme.

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Provano a comprare un’auto pagandola con l’acqua. Quanto vale davvero l’oro blu?

FORNOLI (Bagni di Lucca) – Sono circa le undici e mezzo del mattino di venerdì 23 aprile. Piove. Una ciurma di bambini, due per ombrello, si dirige verso la concessionaria auto Lucchesi.  Una bimba porta una tanica di plastica da cinque litri, piena d’acqua. Entrano in concessionaria e chiedono del venditore: vogliono comprare una macchina. Possono spendere 27.500 euro e quel BMW nero lì fuori sarebbe interessante. Quanto costa? 25.500 euro. Bene, si può fare, ci avanzano perfino 2000 euro. Lasciamo un acconto, allora: la tanica. La tanica? Sì, la tanica, l’acqua. I 27.500 euro che noi abbiamo, li abbiamo calcolati considerando il risparmio di ognuna delle nostre famiglie se rinuncia a comprare acqua per alcuni mesi. Dunque questi 27.500 euro li abbiamo di acqua. Te li diamo in acqua.  La vuoi? Ce la dai una macchina per 25.500 di acqua?

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What Microloans Miss

Making loans and fighting poverty are normally two of the least glamorous pursuits around, but put the two together and you have an economic innovation that has become not just popular but downright chic. The innovation—​microfinance—​involves making small loans to poor entrepreneurs, usually in developing countries. It has been around since the nineteen-seventies, but in the past few years it has seized the imaginations of economists, activists, and bankers alike. The U.N. declared 2005 the International Year of Microcredit, and the microfinance pioneer Muhammad Yunus won the Nobel Peace Prize in 2006, while celebrities like Natalie Portman and companies like Benetton have become fervent microloan advocates. Even ordinary Americans can now get in on the act, at sites like Kiva.org, where you can make a microloan yourself. (Right now, a clothing vender in Cambodia needs seven hundred dollars to “purchase more clothes to sell.”)

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Analfabeti d’Italia (di Tullio De Mauro)

Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile. Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20% della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea.

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