Le centrali atomiche fanno aumentare il rischio di leucemia?

In Germania l’Ente federale per la protezione dalle radiazioni (Bas) ha pubblicato uno studio secondo cui l’incidenza della leucemia infantile intorno alle 16 centrali nucleari tedesche è due volte più alta che nel resto del paese. Dal 1980 al 2003 sono stati esaminati 1.592 casi: nel raggio di cinque chilometri dalle centrali ne sono stati riscontrati 37 invece dei 17 prevedibili in base allamedia nazionale. Secondo gli studi svolti a Hiroshima e Nagasaki una maggiore esposizione a radiazioni ionizzanti aumenta la frequenza delle leucemie. L’epidemiologa Maria Blettner, autrice dello studio, osserva però che in media le radiazioni intorno alle centrali atomiche sono da mille a diecimila volte più basse di quelle oggi ritenute necessarie per causare la leucemia. Secondo le attuali conoscenze, questo aumento delle leucemie infantili in Germania, non è attribuibile alle radiazioni.

Quanto fà bene una tazza di tè?

Il mercato del tè è in netta ripresa. Non perché, come si sente dire, tè e tisane siano tornate di moda, ma perché in tutto il mondo occidentale la popolazione sta invecchiando molto velocemente. Speriamo che il settore sia capace di affrontare il fenomeno. Sono quattrocento anni che chi controlla il mercato del tè sfrutta regolarmente chi lavora nelle piantagioni, come spiega Roy Moxham nel suo libro Addiction, exploitation and empire. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), nel mondo 132 milioni di bambini lavorano come braccianti agricoli, nella maggior parte dei casi proprio nelle piantagioni di tè. Solo con un grande sforzo e una seria riforma del settore l’Ilo riuscirà a raggiungere il suo obiettivo: “Mettere ine alla peggiore forma di lavoro minorile entro il 2016”. Per questo la nascita di programmi come l’Ethical tea partnership (Etp, ethicalteapartnership. org) è una notizia positiva. Il programma riunisce alcuni protagonisti del settore (tra cui alcune multinazionali come l’Unilever) che si sono impegnati a promuovere una politica industriale più etica. Nel 2006, primo anno di attività sperimentale, l’Etp ha portato a termine più di 400 azioni per migliorare le condizioni di chi lavora nelle piantagioni. I progressi sono stati fatti sia nel campo della salute e della sicurezza, sia permettendo di creare una rappresentanza sindacale e avviando programmi di sostenibilità ambientale in accordo con i criteri di certiicazione della Rainforest alliance. Peccato, però, che l’Etp non si preoccupi di garantire ai coltivatori un minimo salariale per il loro raccolto. E questo malgrado le assicurazioni di Unilever secondo cui “i prodotti certiicati imporranno al mercato prezzi più alti rispetto a quelli mediamente pagati tuttora all’asta del tè”. Le cose non potrebbero andare peggio per chi raccoglie il tè. Oggi per ogni bustina di foglioline paghiamo molto meno di una trentina di anni fa. Nel 1977 con uno stipendio medio si potevano comperare 6.870 bustine di tè, oggi possiamo acquistarne 29.800. I grandi distributori internazionali controllano gran parte del mercato. Fairtrade, una fondazione di commercio equo e solidale, ha scoperto che a volte i raccoglitori di tè sono pagati anche meno di 5 centesimi per ogni chilo di foglie raccolte, e sono lontani da qualunque salario minimo. Secondo Cafedirect, principale distributore di bevande calde equosolidali in Gran Bretagna, in media le foglie di tè dovrebbero essere vendute all’asta a 1,16 sterline al chilo. Invece sono pagate al massimo 81 pence. Certo, se il prezzo all’asta aumentasse crescerebbe anche il costo della nostra bustina di tè (che ci verrebbe a costare qualche decina di centesimi in più). Però l’aumento garantirebbe migliori condizioni ai lavoratori del settore, in tutto il mondo. Per cambiare le cose, comprate solo tè prodotto da aziende certiicate equo e solidali. Se volete una miscela più esclusiva, potete sempre scegliere il tè sfuso. Ormai sono disponibili varie marche equosolidali che vendono tè di gran lunga preferibili alla bevanda tradizionale, dorata, ma poco etica.

[Lucy Siegle, The Observer, Gran Bretagna]

Quanta elettricità costa internet?

Non è vero che l’economia sta passando “dall’atomo al bit”, come profetizzò Nicholas Negroponte. Tranne in rari casi, l’aumento esponenziale dell’informazione che circola nelle autostrade informatiche stimola anche quello della circolazione di energia, materiali e persone. Così i bit si aggiungono agli atomi, anziché sostituirli. Secondo uno studio di Gerhard Fettweis, docente alla Technische Universität di Dresda, i server che fanno funzionare internet usano 180 miliardi di chilowattora all’anno, l’1 per cento del consumo elettrico mondiale. I consumi dell’infrastruttura di internet e delle reti di telefonia issa e mobile raddoppiano ogni cinque anni e sono ora il 3 per cento del consumo elettrico mondiale. Secondo Fettweis, se ora, tutti i paesi usassero le tecnologie dell’informazione con la stessa intensità dei paesi industriali, il consumo sarebbe del 40 per cento della produzione elettrica mondiale.

Le emissioni di CO2 vanno addebitate alla produzione o al consumo [Parte seconda]?

Se un pubblicitario sfogliasse il codice dell’authority britannica per il controllo sulla pubblicità (Advertising standards authority), leggerebbe: “I messaggi promozionali devono essere realizzati con senso di responsabilità nei confronti dei consumatori e della società”. Peccato che non si dica anche “nei confronti dell’ambiente”. Ogni giorno siamo bombardati da quasi tremila messaggi pubblicitari e molti riguardano prodotti dannosi per l’ambiente. Oltre alle solite pubblicità di voli low cost, televisori al plasma e stufette per esterni, ci sono spot che sembrano una presa in giro dell’ambientalismo. Il sito di ClimateDenial.org, creato per “capire le ragioni della negazione del fenomeno dei cambiamenti climatici”, raccoglie le segnalazioni più eclatanti inviate dai lettori. L’industria automobilistica è tra le più citate e contestate. In India spicca la pubblicità della Ford Endeavour. Sullo sfondo di un panorama polare in discioglimento, l’enorme 4×4 lascia un’impronta sul ghiaccio ormai diventato fanghiglia. Dietro al mezzo da due tonnellate e sette posti, che in città fa appena 7,5 chilometri con un litro (contro i 22 chilometri al litro dell’utilitaria indiana, la Tata Nano), s’intravedono due orsi bianchi, cioè due esemplari di una specie diventata il simbolo dei danni causati dai cambiamenti climatici. In Gran Bretagna, per la Fiesta Zetec Climate (perché usano la parola “clima” nel nome di certe auto?), la Ford ha scelto un approccio più minimalista, associando l’immagine del veicolo allo slogan “Most people would prefer a hot climate” (molti preferiscono stare al caldo). Evidentemente l’indagine della Ford sulle preferenze dei clienti non ha coinvolto chi vive in regioni già calde e teme l’aumento delle temperature. A quanto pare è una strategia diffusa quella di usare slogan a effetto. Per la Jeep è stato scelto “The end of the world is never nigh” (la fine del mondo non è mai vicina). Compratevi una Jeep e non dovrete preoccuparvi delle previsioni dei portatori di sventura. Il messaggio non è chiaro? Allora guardate la pubblicità della Hyundai, che dice “Greed is good” (l’avidità è giusta), cioè il motto che usa Gordon Gekko, lo squalo dell’alta finanza interpretato da Michael Douglas in Wall Street. I pubblicitari francesi preferiscono l’antropologia o l’etnografia. Uno spot della Citroën recita: “Quando Héyoka tornò nella tribù riunì la sua gente per raccontare cosa aveva visto: la nuova C3 X-TR. Nemmeno gli anziani avevano mai provato un’emozione simile”. Nessun riferimento al disperato grido di allarme lanciato dall’Amazzonia. Il gigante francese dell’energia Edf ha scelto le statue dell’isola di Pasqua per il suo messaggio: “Sviluppiamo le energie di domani per le generazioni future”. Edf è uno dei più grandi fornitori di energia nucleare al mondo, un dettaglio sottolineato da ClimateDenial: “La civiltà dell’isola di Pasqua è caduta in rovina a causa della deforestazione e della sovrappopolazione. Le statue sono il simbolo della negazione di quella catastrofe. È stupido usarle per promuovere l’energia nucleare”.

[Leo Hickman, The Guardian, Gran Bretagna]

Le emissioni di CO2 vanno addebitate alla produzione o al consumo [Parte prima]?

Attualmente sono attribuite a ciascun paese tutte le emissioni generate entro i suoi confini. È il metodo più semplice, ma non necessariamente il più giusto. Se due paesi si scambiano dei prodotti che provocano emissioni di CO2 molto diverse, per esempio trattori e vaniglia, quello che produce trattori peggiorerà il suo bilancio di CO2 molto più del produttore di vaniglia, anche se le macchine sono state create per il paese della vaniglia e non per quello dei trattori. Così, gli uffici statistici nazionali e l’Ocse hanno cominciato a calcolare le cosiddette emissioni grigie, cioè quelle causate per produrre un bene, e hanno provato ad attribuirle a chi usa quel bene, invece che a chi l’ha prodotto. Per esempio contando insieme le emissioni nazionali e quelle dei prodotti importati ed esportati, nel 2004 le emissioni nette di CO2 dello svizzero medio passano da 6 a 10,7 tonnellate.

Quanto è sano il latte non pastorizzato?

Vicino alla riserva naturale di Pevensey Levels, nell’East Sussex inglese, si trova Longleys farm, un’azienda modello di agricoltura sostenibile e un paradiso di flora e fauna selvatiche. Steve Hook la gestisce insieme al padre Phil, e spiega che Longleys è una delle 120 aziende agrozootecniche britanniche che vendono direttamente il loro latte crudo, cioè non pastorizzato. In Gran Bretagna è vietato vendere il latte crudo perché potrebbe contenere degli agenti patogeni ed essere quindi pericoloso per la salute. I produttori come Hook possono vendere il prodotto fresco solo sul posto, direttamente al pubblico, ai consorzi agrari o consegnandolo a domicilio. “Abbiamo cominciato undici mesi fa. All’inizio vendevamo mezzo litro alla settimana”, racconta Steve. “Adesso vendiamo seicento litri alla settimana, e le richieste aumentano. È bastato il passaparola. Portiamo il latte a trecento famiglie di Hailsham”. I clienti sono di due tipi, spiega Steve: gli anziani, che vogliono riprovare il sapore intero e intenso del latte che bevevano da ragazzi, prima che fosse introdotta la pastorizzazione, e i giovani e le famiglie che vogliono consumare alimenti sani e naturali, non trasformati industrialmente. Secondo l’associazione statunitense in favore della vendita del latte crudo, Campaign for real milk, la pastorizzazione distrugge le vitamine e i minerali più importanti del latte, privandolo delle proteine che permettono la loro assimilazione da parte dell’organismo umano. Uno studio dei ricercatori dell’università di Londra, pubblicato dal Journal of allergy, asthma and immunology, ha rilevato che i bambini nutriti con latte non pastorizzato rischiano meno allergie degli altri. Inoltre, se i bambini bevessero due bicchieri di latte crudo alla settimana, i rischi di eczemi e di febbri allergiche diminuirebbero del 40 e del 10 per cento: secondo i ricercatori alcuni batteri contenuti in questo latte, che non sono distrutti dalla pastorizzazione, aiutano a rafforzare il sistema immunitario dei bambini ancora in fase di sviluppo. Tuttavia, l’Agenzia britannica per la sicurezza alimentare (Fsa) e altri enti sanitari impongono di applicare sui contenitori del latte crudo delle etichette simili a quelle dei pacchetti delle sigarette con le avvertenze riguardo ai potenziali rischi per la salute. Gran parte degli esperti ammette che il latte crudo è molto più nutriente, ma molti insistono che i rischi legati al suo consumo superano i benefici. Secondo le norme sanitarie britanniche la pastorizzazione, anche se distrugge qualche vitamina, è un processo che permette di eliminare dei batteri pericolosi (e persino mortali), come quelli della listeria, della salmonella e dell’Escherichia coli: “Anche se questi prodotti sono molto richiesti da una nicchia di consumatori, non sono comunque del tutto innocui”, dichiara un portavoce della Fsa. “Bambini, persone malate o deboli, donne incinte e anziani sono vulnerabili alle intossicazioni alimentari e non dovrebbero consumare latte o panna non pastorizzati”. Il microbiologo in pensione Hugh Pennington, esperto in tossinfezioni alimentari, è d’accordo: “I rischi legati al consumo di latte crudo sono troppo alti”.

[Hug Wilson, The Guardian, Gran Bretagna]

Piantare nuovi alberi riduce l’effetto serra?

Secondo Oliver Rackman, storico dell’ambiente a Cambridge, “piantare nuovi alberi per ‘neutralizzare’ l’anidride carbonica (CO2) è come bere più acqua per rallentare l’innalzamento dei mari”. Anche le principali ONG e le più accreditate agenzie di compensazione della CO2 escludono la piantagione di nuovi alberi dalle loro iniziative (myclimate.org). Il motivo è che si tratta di una misura temporanea: quando gli alberi moriranno, saranno decomposti o tagliati e bruciati, gran parte dalla CO2 fissata tornerà nell’atmosfera. Spesso si piantano alberi a crescita rapida, estranei al terreno in cui vengono piantati, che in alcuni casi sottraggono nutrienti e acqua alla flora esistente. A volte si tratta di monocolture che riducono la biodiversità o di progetti che non tengono conto delle esigenze locali. Alcune organizzazioni tengono d’occhio questi progetti per denunciare i più famosi (fern.org).

E’ meglio ridurre i gas serra nel proprio paese o all’estero?

In molte nazioni industrializzate alcuni economisti e politici propongono che i paesi ricchi investano per ridurre le emissioni di gas serra soprattutto nei paesi in via di sviluppo invece che a casa propria. Per ogni euro investito – sostengono gli esperti – si possono evitare molti più chili di emissioni di anidride carbonica in quei paesi, perchè hanno tecnologie meno avanzate e sarebbe facile ottenere grandi miglioramenti. Altri pensano invece che sia giusto realizzare ognuno nel proprio paese tutti, o quasi tutti, gli interventi per ridurre i gas a effetto serra. E’ vero che alcuni di questi interventi costano decisamente di meno nei paesi in via di sviluppo, ma è anche vero che l’80% delle emissioni di gas serra viene dai paesi più industrializzati e che il livello di emissioni pro capite dei paesi ricchi non si può estendere a tutta l’umanità.

Lo stato deve risarcire i cittadini danneggiati dalle aziende private?

Nel 1957 la casa farmaceutica tedesca Grünenthal mise in vendita un tranquillante (il Contergan) a base di tolidomide. Fu pubblicizzato come il sedativo migliore per le gestanti, senza controindicazioni per la madre e il bambino, atossico anche in dosi eccessive e prolungate. Invece una singola dose bastava a causare gravi malformazioni del feto: nel mondo nacquero diecimila bambini deformi. Quelli ancora vivi sono quasi metà e hanno bisogno di cure intensive, assistenza continua, case e mezzi di trasporto speciali. In Germania ricevono una pensione mensile tra i cento e i cinquecento euro. La Grünenthal è ancora florida. Nessuno fu condannato. Nel 1970 l’azienda se la cavò pagando un risarcimento di centodiecimilioni di marchi (cinquantasei milioni di euro). Altrettanto pagò lo stato. Finiti i soldi versati dalla casa farmaceutica, dal 1997 la modesta pensione dei danneggiati è a carico dei contribuenti tedeschi.

E’ utile fare scelte ecologiche se gli altri non le fanno?

Spesso sappiamo quali scelte possono ridurre gli impatti sociali ed ecologici dei nostri comportamenti, ma pensiamo che se poche persone le mettono in atto il loro effetto sarà trascurabile. Fare scelte etiche, però, ci permette non solo di pacificare la nostra coscienza, ma anche di chiedere ad altri di fare altrettanto. Dovendo scegliere tra una grande centrale elettrica a carbone e una eolica, gli elettori dello stato nordamericano del Delaware sembrano orientati a scegliere la seconda. A favorire questo orientamento è stato anche il timore che un terzo del Delaware possa essere allagato dal mare entro cento anni a causa dei cambiamenti climatici imputabili alle emissioni di CO2. Ma se il resto del mondo non ridurrà le sue emissioni di CO2, la scelta eolica degli 800.000 abitanti del Delaware sarà inutile e non riuscirà a cambiare il destino del loro territorio.

A quanto ammonta il consumo reale di un personaggio virtuale?

Secondo Nick Carr, analista delle tecnologie informatiche, un avatar consuma 1.752 kWh all’anno, cioè la stessa quantità di energia di un cittadino brasiliano (1.884 kWh) e quasi il doppio rispetto a un abitante dei paesi meno industrializzati (1.015 kWh) (web site). L’avatar è un personaggio virtuale, creato da chi partecipa al mondo virtuale di Second Life. Non ha corpo, ma lascia impronte. Secondo Dave Douglas, responsabile ambientale della Sun Microsystems, 1.752 kWh di elettricità generano negli Stati Uniti 1.2 tonnellate di emissioni di CO2: quanto un viaggio di 3.700 km con un SUV o di 6.400 km con una Prius. Carr stima l’elettricità consumata dai 4.000 server della ditta Linden Lab che gestisce Second Life e dai 12.500 computer di tutti gli utenti collegati in un totale di 60.000 kWh al giorno.

Quali sono i materiali migliori per bicchieri e piatti usa e getta?

Una scelta possibile è rappresentata dalle agroplastiche (per esempio il Mater-bi, materbi.com) che sono fabbricate modificando chimicamente i polimeri vegetali come l’amido di mais o di patata. I materiali così ottenuti sono in genere biodegradabili. Una rassegna dei pochi studi che confrontano il loro ciclo di vita con quello delle plastiche derivate dal petrolio conclude che le agroplastiche ottenute dagli amidi vegetali possono ridurre tra il 20 e l’80 per cento il consumo di energia e le emissioni di gas serra rispetto al polietilene ottenuto dal petrolio (chimicaverde.it). Questi ecobilanci, però, sono rudimentali e incompleti. Basta modificare la scelta dei fattori presi in considerazione per cambiare il risultato finale. In ogni caso, usare più agroplastiche potrebbe essere un incentivo a migliorare la loro tecnologia e a stimolare la realizzazione di ecobilanci più affidabili.

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