Africa, in fila per la democrazia

Le elezioni in Niger sono state solo l’ultima farsa. Tra colpi di Stato e guerre civili, consultazioni truccate e referendum ipocriti anche quest’anno è andata in scena la good governance del continente.
Senza alcuna motivazione da parte della giuria, quest’anno il Prix Mo Ibrahim non è stato assegnato. Destinato agli ex presidenti africani «che abbiano lasciato volontariamente il potere e che abbiano dato prova di buon governo», il premio di 5 milioni di dollari (più 200mila l’anno vita natural durante) voluto dall’omonimo imprenditore britannico di origine sudanese non ha trovato un candidato veramente meritevole. La giuria non è riuscita a indicare un nome che, fra i designati – tra cui il sudafricano Thabo Mbeki e il ganese John Kufour – potesse evidentemente soddisfare i requisiti richiesti. «Abbiamo preso in considerazione alcune persone. Ma dopo uno studio approfondito, il comitato non ha potuto scegliere un vincitore», dice il comunicato della giuria. E così il 20 ottobre, data prevista per la consegna del riconoscimento, i soldi del premio sono rimasti nelle casse della Fondazione del magnate londinese.

«Ognuno tragga le sue conclusioni da questa mancata attribuzione», ha dichiarato Ibrahim, lasciando trapelare il suo sconforto. Perché il premio, importante non solo sotto il punto di vista economico, sarebbe dovuto essere un incentivo ai governanti, un modo per dire che “anche dalle buone azioni viene un vantaggio”. Il primo a conquistarlo, nel 2007, era stato l’ex presidente mozambicano Joaquim Chissano; l’anno successivo, l’onore era toccato a Festus Mogae, che aveva appena lasciato la guida del Botswana.
Ma a guardare quanto successo in Africa nel 2009 c’è da giurare che dei buoni propositi, ai leader del continente, importi poco o nulla. Tra colpi di Stato, elezioni truccate, referendum fasulli, guerre in corso e attentati, parlare di good governance è quasi un’eresia.

A cominciare dal Niger, dove il 20 ottobre si sono svolte le elezioni legislative, nonostante la richiesta internazionale di sospenderle. Dopo il referendum del 4 agosto – giudicato illegittimo dalla Corte costituzionale, che per questo è stata soppressa – il presidente Mamadou Tandja non ha desistito dai suoi piani per conservare il potere: ottenuta la modifica della Costituzione per potersi ricandidare, ha anticipato le elezioni in modo da garantirsi una solida maggioranza, senza passare ufficialmente per un golpista. Un piano che non è piaciuto alla Comunità economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest (Ecowas), che il giorno dopo ha sospeso il Paese dall’organizzazione. Poco importa a Tandja: l’uranio nigerino è lì a garantirgli una immunità che nessuna sanzione potrà scalfire. L’accordo firmato a gennaio con la compagnia francese a partecipazione statale Areva, per lo sfruttamento del giacimento di Imouraren, è la migliore assicurazione: perdere la seconda miniera al mondo, la più grande d’Africa, sarebbe un errore che a Sarkozy non verrebbe perdonato dagli ambienti economici d’Oltralpe. E Tandja lo sa, tanto da affermare che la necessità di restare al potere gli deriva dal «dover supervisionare i contratti stipulati con le compagnie straniere».

C’è poi la questione spinosissima della Guinea: il capitano Moussa Dadis Camara, che ha preso il potere dopo la morte del presidente Lansana Conté nel dicembre del 2008, non ha intenzione di cederlo così rapidamente come promesso. Niente elezioni per il momento e pugno di ferro verso l’opposizione, come sembrerebbe aver dimostrato il massacro del 28 settembre, quando centinaia di persone sono state uccise nello stadio della capitale Conakry. Ma Camara ne attribuisce le responsabilità all’esercito («non sono in grado di governarlo», ha ammesso) e denuncia ingerenze straniere. Il cui scopo sarebbe quello di riannodare le fila del traffico di droga, che tra Conakry e la vicina Guinea Bissau ha trovato, negli ultimi anni, un “porto” (è il caso di dirlo) sicuro per il successivo approdo in Europa. Coinvolgendo direttamente le due entourage presidenziali, come hanno mostrato le indagini di questi mesi. Camara, che l’8 agosto aveva ricevuto dalle mani del presidente senegalese Wade un premio per la sua lotta al narcotraffico, potrebbe perdere quella che finora è stata l’unica battaglia approvata dalla comunità internazionale. Per adesso ha perso le sovvenzioni e gli aiuti: l’Unione europea ha chiuso i rubinetti, la Francia ha sospeso le forniture di armi. Ma la Cina, il 10 ottobre, ha concesso aiuti per 4,5 miliardi di euro in cambio di contratti minerari. Per ora, anche Camara resta al suo posto.

C’è il Gabon, che al momento non subisce pressioni internazionali, ma su cui aleggia lo spettro delle elezioni truccate. Un figlio che succede al padre non rappresenta una tradizione democratica, semmai monarchica. Ma Ali Bongo Ondimba non se ne preoccupa. Insediatosi il 16 ottobre, chiede «un Paese esente da corruzione», senza citare il fatto che la sua famiglia siede sul più alto scranno di Libreville da ormai 42 anni, e che difficilmente quello che non è stato sradicato in quasi mezzo secolo lo potrà essere nei cinque anni del suo mandato. A meno che, come il padre, non decida di restare più a lungo.
Se perdere il potere non piace, nemmeno condividerlo sembra essere cosa gradita. Nello Zimbabwe, dove le elezioni del marzo 2008 avevano portato a violente contestazioni, si era cercato di applicare il “modello Kenya”: un “accomodamento” tra i contendenti sotto l’egida della comunità internazionale, una sorta di manuale Cencelli in versione equatoriale. Ma a Nairobi 3,8 milioni di persone (secondo i dati ministeriali diffusi il 26 ottobre) sono a rischio morte per fame, pagando il prezzo della spartizione della torta tra il presidente Mwai Kibaki e il premier Raila Odinga. Lo si è visto con i due scandali dell’anno, quello per l’accaparramento della benzina e quello per gli abusi nella distribuzione della farina. Ad Harare, invece, dove minaccia di riemergere l’epidemia di colera, è a rischio la tenuta stessa del governo. L’arresto di Roy Bennet, viceministro e tesoriere del movimento del premier Tsvangirai, avvenuto il 16 ottobre, ha gelato le relazioni tra il premier e il presidente Mugabe. Il processo a Bennet, accusato di possesso di armi, è stato rimandato al 9 novembre. Per quella data, potrebbe anche non esserci più un esecutivo, o essere così fragile da non riuscire a svolgere le normali attività, figuriamoci un’emergenza come quella di una nuova epidemia.
Ora questo modello dovrebbe essere applicato anche al Madagascar, che da quasi un anno non ha un legittimo presidente. Gli accordi di Maputo del 9 agosto non hanno ancora trovato piena applicazione. Tra il deposto Marc Ravalomanana e Andri Rajoelina, autoproclamatosi presidente dell’Alta autorità di transizione, ci sono stati mesi di ripicche e dispetti. C’è voluto, il 10 ottobre, il rifiuto di dimettersi del primo ministro Monja Roindefo, per riaprire i giochi e far sperare in un natale se non pieno di pace almeno pieno di uomini di governo.
Restano fuori da questo elenco i conflitti civili in Mauritania, Costa d’Avorio e Nigeria, i profughi del Ciad e quelli della Repubblica Centroafricana e della Somalia, le vittime della sete in Mali e quelle delle alluvioni in Burkina. I 5 milioni di buone intenzioni di Mo Ibrahim non bastano per tutto.

[Paola Mirenda per LEFT]

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